mercoledì 22 maggio 2013

Liberiamo l'elefante (parte 1)

Liberare l’elefante che è in noi. Intervista con Andrea Roncolini , trad. da Noises from the Jungle rivista musicale del Rajasthan ;)

- Andrea parlaci di questo tuo nuovo disco, innanzitutto perché il nome Elephant Kiss?

L’album parla della ricerca di sé, dello smarrimento e del ritrovamento di sé; volevamo qualche cosa che fosse legata al nome del progetto, Roncolino Marajà, quindi qualcosa che rimanesse un po’ esotico ma che desse allo stesso tempo un colore misterioso, mistico, e perché no, anche un po’ comico alla cosa; unendo queste esigenze il titolo è venuto fuori praticamente da solo; ci siamo fatti una grossa risata ma poi ci siamo detti che invece era veramente quello giusto.

  • C’è anche una canzone sull’elefante, in cosa quindi pensi che rappresenti questo disco?

Solo dopo ho pensato che in India per addomesticare un elefante usano una tecnica alquanto strabiliante, incatenano l’elefantino fin da piccolo a una catena; il piccolo normalmente cerca di liberarsi ma a seguito dei suoi tentativi capisce che non può farcela e piano piano abbandona l’idea. Il fatto è che l’elefante cresce e diventa il pachiderma che tutti conosciamo, la catena invece rimane sempre quella; in poche parole da grande l’elefante, con la sua forza potrebbe liberarsi facilmente con uno strattone dalla catena, ma non lo fa. E’ prigioniero della sua convinzione e della sua esperienza passata. Questo disco parla di trovare la propria strada, quindi perché no grazie all’elefante che è in noi? ma ripeto questo legame mi è saltato agli occhi solo dopo che avevo trovato il nome, questa è la verità.

  • Parli al plurale, chi c’è insieme a te nel progetto?

Roncolino Marajà nasce come continuazione del mio lavoro personale sulle sonorità acustiche, dal 2009 ho lavorato con vari musicisti con cui ho stretto rapporti di amicizia. In questo ultimo disco in particolare ho suonato con Laurent Mallet, chitarrista che mi ha accompagnato in live in questi ultimi anni. Ai cori poi si sono prestati alcune persone che reputo di talento, come Osnofla e ‘my little miss sunshine’ (ovvero Roberta, mia moglie). In live la composizione cambia se secondo le esigenze di scena, ora per esempio presento il disco in duo con Emilio Diana. 

- A proposito del nome, qual è il rapporto con Domenico Modugno, oltre al legame con la canzone quasi omonima (Pasqualino Marajà ndr)?

Domenico Modugno lo inserisco sempre tra i primi della lista quando mi chiedono le mie influenze, so che da una parte «fa» molto italiano, ma dall’altra penso che Modugno sia stato un vero innovatore del suo tempo. Ha portato il cantato fuori dalle pomposità del bel canto alla Claudio Villa, innestando nella musica italiana una nuova linfa proveniente dalla musica popolare e folk, nonché dialettale, è un grande esempio per me.

  • I suoni, rispetto a A Lazy Day (il primo Ep uscito nel 2011), sono molto più rock, un ritorno alle tue radici?

Beh, in effetti come tanti ho iniziando suonando rock e anche molto arrabbiato, non direi che questo sia un ritorno a «quel» passato, direi che in queste canzoni si è insinuata un’anima più ribelle, più rock se vogliamo, rispetto al precedente, questo è vero. A volte sono stupito di come siano veramente le canzoni stesse a domandarti alcuni suoni piuttosto che altri.... A Lazy Day era un disco più «pastorale», di un’espressione più solare, registrato con la band in live senza troppi pensieri. Questo invece è un album che fa uscire quello che più mi ha toccato in questi ultimi anni, passa tutto per la mia vita vissuta, e probabilmente aveva bisogno di suoni più decisi per toccare alcuni temi.


  • A proposito di vita vissuta, (continua...)

mercoledì 15 maggio 2013

Ho fatto un disco



Ho fatto un disco. "Praticamente" ho fatto un disco, ho avuto bisogno di un sacco di attrezzi e di molto aiuto; ci sono stati momenti difficili e altri di divertimento e di grande entusiasmo, alla fine ho fatto questo disco.
Ho fatto per prima cosa uno studio. Con tanto di mura e finestre. Per prima cosa ho chiamato il mio amico muratore per chiedergli se si poteva fare un piccolo studio dentro casa mia, dentro la camera da letto per la precisione. Uno studiolo, circa tre metri quadri, visti i limiti imposti dalla metratura casalinga. Abbiamo preso il camioncino insieme e in una fredda giornata di aprile siamo andati a comprare tutti i materiali necessari. Poi ci siamo messi insieme a lavorare di muratura leggera, fare le pareti, riempirle di materiale fonoassorbente, ricoprirle, stuccare, rifinire e colorare il tutto. Poi giro da Ikea per comprare quel poco di materiale necessario, tavolo, sedie, scrivanie e ripiani per i libri.
Dentro ci ho quindi messo tutti i miei strumenti e la mia attrezzatura da home studio che nel frattempo ho potenziato e perfezionato alzando il livello di qualità ovunque.
Quindi mi sono infilato dentro e ho cominciato a registrare quelle canzoni che mi portavo dietro da qualche anno in concerto e che finora ancora non avevano trovato spazio in nessuna pubblicazione; il grosso del mio repertorio con tanto di canzoni nuove e mai suonate in pubblico.

Ho fatto il disco, ho registrato partendo dalle chitarre e dall’ukulele, mischiato il tutto con un sacco di elettronica per poi accorgermi che mi perdevo per strada; ho resettato tutto, sono tornato al suono acustico che mi sento più vicino, questa volta con le percussioni che diventano batteria e che strutturano una parte ritmica nuova, più rock, ritorno alle origini potremmo dire.
Ho registrato poi tutti gli strumenti intorno, quindi tutte le voci, tantissime, ti tutti i colori, di tutti i timbri grazie alle persone che si sono alternate nel mio studiolo per prestare la propria.

Ho fatto un disco allo stesso tempo sapendo quello che facevo e non sapendolo affatto, sapevo più o meno cosa volevo ottenere ma non sapevo che forma finale avrebbe preso, quali canzoni tenere, quali scartare, di cosa avrebbe parlato il disco etc. Nel frattempo ho anche cambiato nome artistico, scegliendomi uno pseudonimo preso da una canzone di Domenico Modugno che suono spesso in concerto, Pasqualino Marajà. Più ci penso e più trovo che come poche altre questa canzone mi raffiguri in questo momento. 
(continua...)

giovedì 28 marzo 2013

Il matrimonio e il Portogallo


Sabato scorso siamo stati invitati a portare la nostra esperienza di coppia sposata ad Arny, uno dei centri del movimento dei Focalari, durante una giornata di approfondimento dedicata alle coppie che vorrebbero sposarsi e quindi prepararsi più adeguatamente. Il nostro intervento, sul «trovare l’accordo» era stato in particolare richiesto visto che abbiamo fatto a suo tempo un matrimonio misto, ovvero tra una credente e uno no (io guarda caso). 

Nonostante la mia miscredenza avevo partecipato a una cosa del genere una decina di anni fa durante la preparazione ma eravamo stati vicino a Castel Gandolfo e in un contesto molto più affollato. Ad Arny invece la cosa rimane intima, un po’ come la presenza del movimento in Francia, c’erano cinque/sei coppie a prendere parte alla giornata, non di più. Il nostro turno è toccato verso le 17, dopo il resoconto di un’altra coppia con il doppio degli anni di matrimonio che noi. 

Devo dire che ascoltare la coppia precedente procedere su una relazione scritta e stampata di non so quante pagine, circa venti immagino, visto il malloppo che avevano in mano, non è stato facile per me. Mi contorcevo da tutte le parti. Guardavo fuori, non vedevo l’ora di scappare. In effetti questa coppia invece di parlare dei loro problemi e delle modalità con cui ne venivano a capo, si era lanciata in una teorizzazione delle differenze tra marito e moglie e sulle questioni collegate. Pesante. Io ho guardato Roberta e gli smilzi due foglietti che ci eravamo preparati, le ho sussurrato : «non vorremo mica leggere anche noi no?». Così al nostro turno ci siamo lanciati in una specie di dialogo a due anche un po’ comico raccontando ai presenti come abbiamo trovato un accordo su 1) sposarci; 2) venire in Francia; 3) organizzarci il menu della settimana; 4) colorare la camera da letto.
Ovviamente la cosa che più è rimasta impressa è stata la nostra battaglia per fare la camera rosa. Non dico altro. Gli ho detto solo che alla fine mi sono tappato gli occhi e l’ho dipinta per Roberta. Penso che questo gesto sia stato uno dei più forti si possa passare a un incontro per il matrimonio.

A parte gli scherzi abbiamo parlato anche del viaggio fatto in Portogallo nel 2003, giusto l’anno prima di sposarci e come da questa esperienza sia nata l’idea di sposarci. Ci eravamo detti, dobbiamo fare 6000 chilometri, andare fino a Lisbona in auto, stare via un mese; ci portiamo dietro tutto per il camping e ci organizzeremo strada facendo. Su queste basi «l’accordo» lo dovevamo trovare. Il fatto di vivere 24 ore costantemente insieme per una giovane coppia è un’esperienza unica. Mille cose emergono, mille differenze e mille contrasti. Ci siamo tranquillizzati anche se a volte siamo stati sul punto di litigare e di sfogarci l’uno con l’altro; poi pero’ ogni volta prendevamo in mano la mappa, guardavamo dove eravamo e la strada, tanta, che ci aspettava. L’obiettivo finale era più grande delle bagattelle o le incomprensioni che potevano uscire quotidianamente. Che cosa avremmo potuto fare per «trovare un accordo» abbiamo detto agli intervenenti? Niente, rimettersi in macchina e ripartire per il Portogallo.

martedì 19 marzo 2013

La danza e il lupo


Il lupo perde il pelo ma non il vizio; dopo tanti anni dall’ultima volta, sabato scorso ho partecipato di nuovo a un ballo popolare. Anni in cui ho traslocato in Francia, anni in cui abbiamo avuto un bambino, in cui abbiamo dovuto ricreare un nostro equilibrio. Ma alla fine tutto torna dove deve o dove vuole, e io come il lupo di cui sopra, sono sempre stato attratto dalle danze tradizionali, medioevali, popolari.

A Viterbo, dove ho organizzato tramite l’Arci molti corsi, seminari e balli in piazza su questo tema, qualcuno dovrebbe ricordarselo. Per mancanza di spazi adeguati all’epoca cercavamo di infilarci un po’ dove capitava e dove poteva fare al caso nostro: abbiamo danzato dentro palestre, dentro atrii, dentro scuole, dentro chiese sconsacrate, nelle piazze, nei casolari, negli uffici. Lo facevamo dappertutto insomma. Un posto mi sembra mancasse, e in un posto particolare sono andato a ballare questa volta: una biblioteca.

Chi mi segue sa dove vado a parare, parliamo ancora della mediateca Marguerite Duras, nel XX arrondissement. Struttura con vocazione di animazione culturale territoriale a tutto tondo, questa grande mediateca ospita periodicamente dei «focus» dedicati alla musica, al cinema, in questo caso anche alla danza. All’interno del tema scelto per questo periodo, ovvero la fisarmonica, sabato scorso sono state invitate tre associazioni che su Parigi e dintorni fanno iniziazione ai balli popolari/tradizionali. Quando dico balli popolari intendo tutta la tradizione se vogliamo «folk», che viene dalle danze di gruppo medievali, dalle danze delle varie culture locali europee o slave, e che ha in ogni territorio la propria cultura (vedi danze italiane come la tarantella o la pizzica, o le danze bretoni a chiocciola, o le danze slave in cerchio etc. etc.).

C’è stato il ballo quindi, con la sala dell’auditorium piena di gente che ha partecipato; io sono venuto con un gruppetto di amici e di bimbi e offrendo la mano ai vari danzanti ci siamo immessi nel cerchio. Tre gruppi musicali dal vivo hanno permesso il ballo. La musica degli organetti, delle fisarmoniche, della bombarda risuonava dalla porta aperta fin dentro tutto il primo piano. La presidentessa dell’associazione con cui opero, che passava con due libri sulla storia dell’arrondissement ha fatto capolino richiamata dalla musica; ci siamo salutati contenti d’incontrarci per caso. Lei ha quindi posato i suoi libri, la sua giacca e visto che la danza iniziava, si è unita a noi accettando il nostro invito.

Un sacco di sudore, tanto caldo, il lupo non è più abituato a danzare, eppure bisogna che si alleni e si tenga pronto: in queste biblioteche di oggi entri per prendere un libro e non sai mai quello che ci trovi ad aspettarti.

mercoledì 20 febbraio 2013

Un'auto per tutti, tutti con un'auto

L’altro giorno sono andato da Ikea, niente di straordinario direte voi, e anche per me visto che è uno dei pochi modi che mi permette di arredare casa con i salari che girano in casa.
Alla fine ci facciamo tutti una specie di casa che ritroviamo poi a pezzi in giro per il mondo, un modo per ritrovarsi sempre un po’ a casa, direbbe un ottimista, una casa senza anima e omologata direbbe un pessimista, ma noi andiamo avanti e ci prendiamo comunque i nostri bei pacchi da 20/30 chili per montarci i nostri mobili e le nostre sedie con l’aiuto delle nostre valigettine da bricolage.

Sarebbe interessante parlare di questa forma di «casa comune diffusa» rappresentata dal modello Ikea ma oggi voglio piuttosto parlare di trasporti; di trasporti privati che diventano «comuni» e diffusi per l’appunto. La nuova frontiera dell’utilizzo del bene privato e la condivisione tramite le reti sociali. Prendiamo l’esempio di Drivy, il sito che mi ha permesso questa volta di noleggiare un’auto da un privato e della mia esperienza di questa giornata.

Per andare al grande magazzino fuori città mi ci voleva un furgoncino.. «questa volta proviamo questa forma di car-sharing» mi sono detto, e mi sono connesso al sito di Drivy. Cosa è Drivy? è uno dei siti, ce ne sono diversi e di vario tipo in giro, che permette ai privati di noleggiare la propria auto nei momenti in cui non è utilizzata e ad altri privati di poterne usufruire contro il pagamento di una tariffa normalmente più bassa di un servizio standard di noleggio auto.
In pratica: sono andato sul sito, ho cercato rispetto alla vicinanza chilometrica l’auto che poteva fare al caso mio, ho trovato un Kangoo furgonato a un paio di chilometri da casa, ho letto i feedback positivi dei vari «clienti», ho contattato la persona per domandare la disponibilità, ho quindi pagato tramite il sito che in effetti si impegna a estendere la RCAuto anche ai terzi conducenti e quindi mi sono andato a prendere l’auto il giorno convenuto. Nessun problema, la mattina sono arrivato con le stampe dei documenti fornitici dal sito, carta verde, assicurazione temporanea, libretto per gli eventuali sinistri, contratto prestampato da compilare. In dieci minuti abbiamo fatto il controllo dello stato dell’auto, abbiamo firmato e sono partito con la mia «nuova» auto. Sono andato dove sapete, ho preso i mobili e il giorno dopo, alla stessa ora ho riportato l’auto, totale spesa 35 euro. Non male.

C’è qualcosa che va oltre il fattore economico, su questo non ci piove. In Economia c’è un fenomeno che viene chiamato la legge del Moltiplicatore, viene utilizzato per spiegare nei corsi di Economia Politica il fenomeno per cui i soldi se vengono fatti "girare" producono un monte di potenziale di acquisto moltiplicato per i passaggi che fanno; in poche parole, 100 euro non equivalgono più a questo potere di acquisto ma si moltiplicano rispetto a quante volte e alla velocità con cui la stessa banconota viene spesa. Applichiamo la legge del Moltiplicatore ai beni di consumi: perché produrre di più e intasare questo disgraziato pianeta se potremmo avere un monte valore e beni moltiplicato all’ennesima potenza se solo ognuno condividesse quello che ha quando non lo utilizza?
Belle domande direte voi. Nell’attesa io noleggio la mia auto su internet.

venerdì 15 febbraio 2013

Aiuto i Fantasmi ci perseguitano

Non è facile fare qualcosa di utile con la musica, o semplicemente del bene; invece è possibile fare del male... prendiamo per esempio i Baustelle che riescono benissimo in questo secondo caso. Mettiamo che avete una giornata che vi sta andando abbastanza bene e che voi decidiate giustamente di cercare di rovinarla, bene, mettete l’ultimo disco dei Baustelle, Fantasma, e il gioco è fatto, la giornata la potete buttate via tutta.

Fastidio, irritazione, dispetto, sono alcune delle emozioni che mi attraversano già dai primi secondi; una prosopopea insostenibile mi avvolge da subito, incredulità nel proseguo dell’ascolto, insieme al bisogno di insultarli senza tanti complimenti. Già mi ero lasciato alle spalle il gruppo da un disco che avevo malauguratamente comprato un sette otto anni fa e già li’ il loro lato pseudo-intellettuale, snob e nichilista mi aveva nauseato. Qualcuno mi disse un giorno che nessuno è più pericoloso e pesante delle persone che sanno a metà. Ascolto i testi di questo gruppo e capisco benissimo cosa voleva dirmi.

Ho letto qualche «ottima» critica in giro, copertine di giornali specializzati dedicati a questa uscita e mi sono detto che forse erano maturati e avevano lasciato dietro di se’ quella malinconia post-adolescenziale e quella pretenziosità letteraria che tanto male possono fare se unite alla musica. Per fortuna non ho comprato il disco, ma l’ho ascoltato tramite internet...penso che avrei fatto una strage questa volta. I Baustelle sono riusciti infatti a fare peggio: condire tutta la pretenziosità di cui sopra con una valanga di citazioni musicali «italiane» (De André, Morricone, Venditti, prog anni 70), che ne elevano almeno al quadrato i difetti di cui sopra.

Insomma mi pongo diverse questioni fondamentali:
1 - chi scrive di musica oggi in Italia ha o non ha il coraggio di dire qualche cosa controcorrente?
2 - il pubblico che sta adorando questo gruppo e questo disco sinceramente mi fa paura.
3 - in Italia c’è un problema molto più grosso di quanto pensavo e che coinvolge tutti: chi fa la musica, chi la ascolta, chi ne parla. Non è rosea la situazione.
4 - sono io un marziano?

Continuando in questa via crucis che è l’ascolto delle 19 fermate, ops, tracce, di questo disco, ho pensato che è proprio questo l’obiettivo inconscio di tutte queste persone che stanno incensando e diffondendo questo album; siamo forse di fronte al Fantasma dell’inconscio vetero-cattolico italiano che cerca in qualsiasi forma delle modalità di espiazione e di auto-punizione? Se è questo il motivo, tutto sembrerebbe tornare. Questo disco è un vero calvario musicale, prendete la vostra croce e andate pure, non puo’ che farvi bene....
...e cosi’ alla fine abbiamo dato un colpo definitivo alla qualità della nostra giornata e abbiamo spostato ancora più in là la distanza che ci separa dal resto della cultura musicale italiana. Non male per un disco solo.
 Ma non me ne parlate mai più, MAI più, ve ne prego.

venerdì 1 febbraio 2013

Un disco per il 2012? Premere ALT-J per favore



Iniziamo l’anno nuovo con una bella notizia, che non fa mai male, ovvero che, per quanto se ne dica, in ambito musicale continuano a uscire delle belle cose, alcune veramente superlative. Anche nel 2012 ho ascoltato buona musica, non mi posso lamentare, tra cui sono sempre di più le produzioni rilasciate in licenze Creative Commons. 
Come sapete sono un difensore e diretto promotore di questa nuova filosofia nel campo dei diritti di autore, che sintetizzata in poche parole suona più o meno così:  dare la libertà alle persone di scambiarsi liberamente la musica senza sensi di colpa o criminalizzazioni di sorta, detenere il diritto all’uso commerciale, permettere lo scambio delle opere a condizioni similari di utilizzo (poi ci sono delle varianti certo, agli interessati di approfondire il discorso). Ritornare alla contrattazione diretta dei propri diritti, riprendersi delle responsabilità e mandare in soffitta gli enti di gestione collettiva dei diritti, questi dinosauri tipo SIAE o SACEM che in fondo non fanno che gli interessi dei grandi nomi e della propria struttura verticale, tra l’altro facendosi sostenitori e difensori di leggi sul copyright evidentemente fuori tempo massimo. 
Quindi intanto complimenti a tutti gli artisti che pubblicano su Creative Commons, e su Jamendo (come faccio anch’io d’altronde), nel 2012 l’incremento di seguito del pubblico è più che triplicato e la qualità con esso; fate un salto ad ascoltare tra gli altri per esempio Brady Harris, Jesse Polk LewisMillionaire Blonde per restare anche in Italia; musica fatta bene, ispirata, prodotta in maniera impeccabile. Quindi primo punto a favore della musica libera per questo 2012. 

In secondo luogo parliamo di un album che merita assolutamente di essere ascoltato, riascoltato e lasciato libero di fluire sul vostro impianto hi-fi a volontà, il disco An Awesome Wave di Alt-J. Si il nome del gruppo è originale, non ci si sbaglia, un comando della tastiera del computer, geniale direi. La musica invece spazia da armonizzazioni vocali curate e d’atmosfera a cose molto più ritmate e d’impatto. Suoni di batteria e di basso che sono quanto di meglio ho ascoltato negli ultimi tempi, a volte semplici e diretti, altri più pieni e magmatici. Belle chitarre elettriche, tastiere, a volte sembra di sentire i Fleet Foxes, altre Devendra Banhart, in generale forse siamo un po’ new wave inglese se volete,  eppure questo album non ha granché a vedere con gli anni ‘80, suona maledettamente contemporaneo, siamo sul pianeta terra, nel 2012 e ci sono dei ragazzi occhialuti che il computer lo sanno usare alla grande, compreso il tasto Alt-J. Premere per credere.