Liberare l’elefante che è in noi. Intervista con Andrea Roncolini , trad. da Noises from the Jungle rivista musicale del Rajasthan ;)
- Andrea parlaci di questo tuo nuovo disco, innanzitutto perché il nome Elephant Kiss?
L’album parla della ricerca di sé, dello smarrimento e del ritrovamento di sé; volevamo qualche cosa che fosse legata al nome del progetto, Roncolino Marajà, quindi qualcosa che rimanesse un po’ esotico ma che desse allo stesso tempo un colore misterioso, mistico, e perché no, anche un po’ comico alla cosa; unendo queste esigenze il titolo è venuto fuori praticamente da solo; ci siamo fatti una grossa risata ma poi ci siamo detti che invece era veramente quello giusto.
- C’è anche una canzone sull’elefante, in cosa quindi pensi che rappresenti questo disco?
Solo dopo ho pensato che in India per addomesticare un elefante usano una tecnica alquanto strabiliante, incatenano l’elefantino fin da piccolo a una catena; il piccolo normalmente cerca di liberarsi ma a seguito dei suoi tentativi capisce che non può farcela e piano piano abbandona l’idea. Il fatto è che l’elefante cresce e diventa il pachiderma che tutti conosciamo, la catena invece rimane sempre quella; in poche parole da grande l’elefante, con la sua forza potrebbe liberarsi facilmente con uno strattone dalla catena, ma non lo fa. E’ prigioniero della sua convinzione e della sua esperienza passata. Questo disco parla di trovare la propria strada, quindi perché no grazie all’elefante che è in noi? ma ripeto questo legame mi è saltato agli occhi solo dopo che avevo trovato il nome, questa è la verità.
- Parli al plurale, chi c’è insieme a te nel progetto?
Roncolino Marajà nasce come continuazione del mio lavoro personale sulle sonorità acustiche, dal 2009 ho lavorato con vari musicisti con cui ho stretto rapporti di amicizia. In questo ultimo disco in particolare ho suonato con Laurent Mallet, chitarrista che mi ha accompagnato in live in questi ultimi anni. Ai cori poi si sono prestati alcune persone che reputo di talento, come Osnofla e ‘my little miss sunshine’ (ovvero Roberta, mia moglie). In live la composizione cambia se secondo le esigenze di scena, ora per esempio presento il disco in duo con Emilio Diana.
- A proposito del nome, qual è il rapporto con Domenico Modugno, oltre al legame con la canzone quasi omonima (Pasqualino Marajà ndr)?
Domenico Modugno lo inserisco sempre tra i primi della lista quando mi chiedono le mie influenze, so che da una parte «fa» molto italiano, ma dall’altra penso che Modugno sia stato un vero innovatore del suo tempo. Ha portato il cantato fuori dalle pomposità del bel canto alla Claudio Villa, innestando nella musica italiana una nuova linfa proveniente dalla musica popolare e folk, nonché dialettale, è un grande esempio per me.
- I suoni, rispetto a A Lazy Day (il primo Ep uscito nel 2011), sono molto più rock, un ritorno alle tue radici?
Beh, in effetti come tanti ho iniziando suonando rock e anche molto arrabbiato, non direi che questo sia un ritorno a «quel» passato, direi che in queste canzoni si è insinuata un’anima più ribelle, più rock se vogliamo, rispetto al precedente, questo è vero. A volte sono stupito di come siano veramente le canzoni stesse a domandarti alcuni suoni piuttosto che altri.... A Lazy Day era un disco più «pastorale», di un’espressione più solare, registrato con la band in live senza troppi pensieri. Questo invece è un album che fa uscire quello che più mi ha toccato in questi ultimi anni, passa tutto per la mia vita vissuta, e probabilmente aveva bisogno di suoni più decisi per toccare alcuni temi.
- A proposito di vita vissuta, (continua...)






