venerdì 4 aprile 2014

Scaldabagno istantaneo, risparmio istantaneo (parte 1)


Io esisto, quindi inquino. Non ci si può' fare niente. Pero' posso limitare di molto il mio contributo alla catastrofe ambientale facendo degli sforzi per ridurre il più possibile il mio tasso individuale di inquinamento e portarlo su dei livelli ragionevoli.
Parliamo in particolare di economia energetica casalinga, di come in poche parole abbiamo affrontato a casa il discorso del consumo energetico e delle misure che abbiamo preso per aumentare il risparmio energetico e quindi diminuire lo zainetto ecologico famigliare (quanto cioè pesiamo in termini ambientali io e la mia famiglia con la nostra vita quotidiana in questo caso).

Il chiave di tutto è il nostro scaldabagno elettrico istantaneo. Prima di installarci nella nuova casa ci siamo posti il problema energetico, quale strategia adottare, con quali prospettive? Da una parte c'era il gas, dall'altra la corrente elettrica. Doppio impianto per servire i fuochi della cucina, i termosifoni, l'acqua calda, le prese di corrente e le luci. Per la corrente non c'erano dubbi, l'impianto andava fatto, è imprescindibile. Per il gas ci abbiamo pensato e abbiamo concluso che non era cosi' necessario. Forse potevamo passare al tutto elettrico, dovevamo studiare bene la sostenibilità della cosa.
Ci abbiamo perso un po' di tempo e da sotto tutti i punti di vista quest'opzione ci è sembrata fattibile e conveniente. Soprattutto se evitavamo lo scaldabagno classico e ci orientavamo verso uno scalda acqua istantaneo. Qual è la differenza: rispetto al classico che sta sempre acceso per mantenere una certa temperatura dell'acqua, il secondo funziona invece su domanda. Per riassumere i vantaggi di quest'ultimo:
- costo di acquisto di molto minore di una caldaia classica a gas e uguale allo scaldabagno.
- spese di insallazione quasi nulle.
- risparmio di spazio, visto che è un attrezzo minuscolo che ho nascosto sotto il lavandino (domandatevi invece lo spazio che vi prendono le altre due).
- utilizzo alto ma molto limitato della corrente.
- inesistenza di spese annuali di manutenzione (rispetto alla caldaia).
Effettivamente non so quanto ci sarebbe costata l’opzione tradizionale ma già da quest’anno, dove siamo entrati in regime di crociera abbiamo una spesa di poco più di 400 euro, per tutto compreso….e rispetto all’anno precedente, l’anno 0 in cui siamo entrati in casa e in cui abbiamo fatto anche dei lavori, abbiamo abbassato i consumi del 25 per cento. Non male…

(I nostri consumi abituali, la grandezza della casa, il tipo e il costo dell'energia, il tipo di impianto e gli altri dettagli tecnici…al prossimo post)

venerdì 28 marzo 2014

Il mondo è un grande condominio


Parliamo di elezioni, visto che a Parigi e in Francia si stanno svolgendo le municipali che si concluderanno domenica. Dal primo turno molti sono preoccupati dell'ascenzione elettorale della destra del Fronte Nazionale. Qualcuno a lavoro mi diceva che sentiva il bisogno di impegnarsi politicamente, qualcun'altro mi diceva che era angosciato da questo fatto. Dalla prossima volta, dicono, andranno a votare. In Francia per partecipare alle elezioni bisogna entro dicembre confermare la propria residenza e iscriversi, altrimenti si salta la tornata. Io per esempio quest'anno non mi sono iscritto e quindi non voto, cosi' ho scelto.

Ieri sera ho avuto l'assemblea condominiale. Mi sono presentato alle 18 e 30, l'ufficio era vicino casa, comodo da raggiungere. Saluto gli astanti, oramai ci conosciamo bene, sono tre anni che sono proprietario e all'assemblea siamo sempre noi tre. O meglio quest'anno mancava un signore anziano che c'era anche gli anni passati ma che ha avuto cura, nonostante fosse all'ospedale, di dare l'incarico di rappresentanza alla vicina che come sempre era presente, pronta come noi a affrontare i soliti temi "scoccianti" dell'approvazione del bilancio, del preventivo, dei lavori da fare, del controllo di quelli fatti, delle lamentele da mandare alla ditta delle pulizie eccetera. Se frequentate i consigli condominiali sapete iosomma.
Abbiamo svolto l'assemblea, abbiamo passato un paio d'ore, affrontato tutti i punti, preso le decisioni sulle emergenze del condominio (fughe d'acqua e controllo del lavoro di ristrutturazione) e su quelle che ci interessava far partire come la sistemazione di una sala per i passeggini, l'acquisto di una compostiera, la previsione della sistemazione del vano scale. Abbiamo finito il discorso della messa a terra dell'immobile. Cose semplici ma importanti.
L'assemblea approva, 5 voti su 20, 340 millesimi. Gli altri (e)seguiranno.
Mi ricordo le assemblee condominiali in Italia, praticamente la stessa cosa, rarissimo arrivare alla metà delle persone, dappertutto uguale mi dico.

Non voglio parlare di politica, mi interessano di più le persone invece e le idee che ci fanno passare per la testa: per esempio l'importanza del voto e dello scontro politico nella democrazia. La gente si lamenta di questo o di quel rappresentante politico, di questa o quella gestione, di questo o di quel colore. E magari alcuni lottano e si danno da fare per cambiare le cose con i voti e i partiti o movimenti politici. La maggiorparte pensa che deporre il proprio voto sia la democrazia. Altri, molti altri, si lamentano e basta e non fanno nient'altro. E i media e i sostenitori che ci martellano, "andate a votare questo o quello, per cambiare finalmente le cose".

Io torno dalla riunione di condominio e mi domando: ma di cosa stiamo parlando? Se non ci si interessa nemmeno alle cose importanti che riguardano la propria casa, ma come pensiamo di poter/voler cambiare un sistema politico o economico molto più grande e complesso? Misura della confusione che gira nella testa delle persone.

Una volta ho letto questo aforisma che suonava più o meno cosi': "l'uomo commette tre fondamentali tipi di errori: primo, voler cambiare quello che non puo' cambiare, secondo, non cambiare quello che puo' cambiare, terzo, confondere i due tipi di cose".
Beh, andate alle vostre riunioni di condominio, guardatevi intorno in città, guardatevi allo specchio, e saprete di chi parliamo.

mercoledì 19 marzo 2014

La parabola dell'ufficio di collocamento

A quel tempo Andrea, fratello di Pietro, si reco’ da Gesù: aveva infatti ricevuto una comunicazione urgente da parte dell’Ufficio di Collocamento; erano già passati tre anni da quando aveva lasciato il proprio lavoro di pescatore e anche i sussidi sociali dell’Impero Romano erano finiti. La lettera era un invito a un colloquio per un ricollocamento lavorativo a seguito di formazione, pena il lavoro forzato come uomo di pulizie delle latrine delle belve del circo.
Gesù riunì allora i suoi discepoli e quelli che erano li intorno per ascoltarlo e così parlo’:
«Sono tre anni che sono con voi e che vi indico la via, e ancora una volta vi dico: in verità avete già ricevuto una lettera di riconversione professionale, ma dall’alto, molto più alto dell’ufficio di collocamento....»
«dove dal ministero del lavoro, che magari conosco qualcuno là e posso vedere? - chiese Pietro, sempre tra i più solleciti degli apostoli.
«...no, Pietro, da un luogo che sta al di sopra di tutto quello che vedi.... e che solo quando avrete compiuto questa "riconversione" potrete tornare a pescare, ma lo farete lanciando le reti a destra, ovvero usando la parte creativa che c'è in ognuno»
«Ma se è il Padre tuo che è nei cieli che ci ha condannato tramite Adamo ed Eva - disse uno tra la folla - perché non ci metti una buona parola tu per farci un favore...., che ci risparmiamo tutte queste interpretazioni»
Gesù nonostante questo non parve demoralizzarsi ma rispose: «in verità vi dico che solo nel momento in cui avrete finito i sussidi della disoccupazione, la cassa integrazione, i sussidi di solidarietà e quelli dei servizi sociali, solo allora forse capirete forse che per avere il regno dei cieli basta chiedere, e tutto quello che chiederete, il Padre mio che è nei cieli ve lo darà, e ne avrete di tutto in abbondanza....anche gli insulti, le frustate, e le crocifissioni, ma qui magari anticipo qualche cosa che non dovrei dire... »
Gli astanti rimaneva silenziosi con alcuni che cercavano di capire fra di loro guardandosi increduli. Altri si interrogavano e poi prendevano la parola:
«Vorresti per caso dire che io non sono fatto per andare nelle cave di marmo dei romani a spaccarmi la schiena dalla mattina alla sera? eppure i miei padri lo hanno sempre fatto e io mi sono preparato degli anni per questo - affermava uno»
«E io che vendo tutto il giorno barbe finte e tessuti...per esempio nel giorno del sabbah, non riesco a stare fermo e ciondolo tutto il giorno di malumore... allora non capisco quello che dici, ci inviti a cercare la nostra via al lavoro dentro di noi, ma dove, nelle tasche?» - diceva uno dall'aria benestante e senza barba.
«Mmh...sinceramente preferisco preparare le travi per le crocifissioni dei romani piuttosto che farmici incollare sopra per voler cercare altro da fare » - diceva un altro cui non erano sfuggite le ultime parole del maestro.

Detto questo Gesu si alzo, si rimise la sua veste, prese con se le sue cose e si reco’ all’Ufficio di Collocamento di Nazareth per sentire quello che proponevano e se c’era comunque qualche cosa per Pietro.

Intanto tra gli ascoltatori che se ne andavano molti rimanevano dubbiosi e alcuni si interrogavano: «con questa storia di pescare a destra che ne pensi?» - «mhm, lo dicevo io che questo era di destra, altro che!» - e poi ancora: «ma secondo te, sopra il ministero, intendeva una lettera che arriverà dalla Comunità dell’Impero Romano?»... e così continuavano le giornate a quel tempo in Palestina

sabato 15 marzo 2014

Sonata per violoncello e pallone di cuoio


Sabato sono andato a vedere un concerto per piano e violoncello alla mediateca Margherite Duras. Bel sabato pomeriggio, un caldo anomalo per Parigi, ci siamo dati appuntamento con i vicini di sopra che portavano loro figlio di 6 anni e alle 15 siamo partiti tutti insieme (quattro minuti a piedi a conti fatti). Li' ci siamo ritrovati con un'altra amichetta di Giordano e con sua madre e quindi poco dopo il pomeriggio musicale è iniziato.

La programmazione culturale della mediateca dava un approfondimento sul violoncello, di solito sono dei periodi tematici che durano un paio di mesi, in cui vengono presi da diversi punti di vista gli argomenti scelti (mostre, letture, concerti, film); si può parlare del Sud Africa, della danza urbana, del flauto, del cinema dell'orrore, della stampa indipendente, delle percussioni, di tutto un po' insomma e quindi anche del violoncello. Era invitato un duo di tutto rispetto a livello internazionale, Etienne Péclard con i suoi tre violoncelli, tra cui un 5 corde e un 4 corde italiano del 1617, e Hilomi Sakaguchi al piano. La sala era stata riorganizzata con una platea rialzata molto comodo all'occorrenza, noi abbiamo trovato dei posti proprio in alto con vista e udito perfetti.
La scaletta scelta dal duo è partita cronologicamente da Bach per arrivare fino a Piazzola con un'ottima scelta di ambienti musicali e di passaggi tra gli uni e gli altri.

I nostri erano quasi gli unici bimbi, questo è vero; come è anche vero che per loro è stata una piccola tortura, per quanto abbiano resistito tutta l'oretta del concerto. Giordano e il suo amico si rigiravano da destra a sinistra; ogni tanto dei sbuffi che dovevo in qualche modo cercare di attufare. Per quanto mi riguarda ho cercato di isolarmi e ascoltarmi il concerto al meglio, nonostante i movimenti di Gio e del suo amico sono riuscito a registrarlo. L'ho registrato con l'iphone e il riascoltato (come vi invito a fare scaricandolo qui) conferma la sua bellezza.
1 a 0 per il papà.
Alle 5 siamo usciti, giretto nelle sale, passaggio a vedere la mostra collegata, e quindi ritorno a casa. Ho quindi cambiato casacca (e soprattutto scarpe) e ho dato finalmente soddisfazione al povero annoiato culturale: pallone di cuoio, scarpette, tuta e via al parco per la grande sfida padre-figlio.
Pareggio del figlio, punteggio finale della giornata 1 a 1 e tutti contenti.

martedì 11 marzo 2014

L'ultimo gelato con mio nonno


Ricordare una persona che se ne è andata non è facile, sopratutto quando questa è tuo nonno e un legame affettivo forte ti lega a lui. Eppure un ricordo mi affiora subito in mente, quello dell'ultima giornata che abbiamo passato insieme noi due, un ultimo "viaggio" che abbiamo fatto insieme, per andare all'ospedale purtroppo. Era l'estate scorsa, in agosto, già da tempo mio nonno soffriva di vari acciacchi più o meno gravi; in questo ultimo caso aveva degli svenimenti frequenti e abbiamo pensato che al pronto soccorso avrebbero potuto fargli degli accertamenti completi e rapidi per darci qualche risposta più concreta. Ero a casa dai miei nonni per la consueta settimana di "vacanze" che passo da loro ad agosto per approfittare un po' del mare e dell'aria del Monte Argentario. Mi sono quindi reso disponibile e l'ho portato a Grosseto, a una quarantina di chilometri di distanza. Siamo montati sulla mia Agila e siamo partiti.

Era tanto tempo che non stavamo insieme io e lui da soli. Sull'auto mi sono reso conto della straordinarietà di questa cosa. Soli e in silenzio per la maggior parte del tempo. Mio nonno non era certo un chiacchierone e a volte le cose gli andavano strappate di bocca. Ogni tanto sulla strada gli facevo qualche domanda sul tragitto che faceva lui durante la guerra, giusto per confermarmi i luoghi di alcuni episodi che mi aveva ripetuto tanto tempo prima, quando dopo i pasti a volte aveva voglia di raccontarmi la sua vita passata.

Siamo arrivati quindi al Pronto Soccorso; dopo che sono riuscito di venire a capo con l'infermiera del qui pro quo per cui Andrea Roncolini era allo stesso tempo la persona che le parlava e il signore anziano che avevo accompagnato, l'ho lasciato disteso su una barella in attesa di essere preso in carico.
Ho atteso quindi diverse ore, poi finalmente l'ho ritrovato, stanco e annoiato. Ho parlato con la dottoressa, a quanto pare non c'era gran ché da fare, aveva delle placche di grasso e il pericolo di ostruzione era sempre in agguato; potevamo intanto provare qualche misura contenitiva e sperare bene.

Cosi' si è rivestito e siamo usciti. Aveva un po' fame, quindi siamo andati a cercarci un bar. Alla fine ci siamo presi un gelato tutti e due, e una bottiglietta d'acqua. Di solito non prendo più i gelati per via del latte che mi fa un po' intolleranza, ma questa volta ho fatto un'eccezione. Siamo rimasti davanti al bar, coccolati da un bel sole estivo di fine giornata e a mangiarci il nostro cono. Anche qui poche parole, giusto quelle poche quando mi sono avvicinato alla cassa, per dirmi di farmi da parte, che il gelato lo offriva lui. Li' per li' ho esitato, volevo dirgli che in fin dei conti lui mi aveva sempre offerto il gelato da quando ero piccolo, forse quindi questa volta toccava a me, almeno una volta. Invece ho lasciato perdere, ho capito che era un suo diritto, il suo diritto di nonno, anche in questo momento. L'ho quindi lasciato fare, ha pagato, è tornato in macchina e ce ne siamo tornati a casa, a finestrini aperti nella sera.

Sono passati diversi mesi da quel giorno. Quest'inverno la situazione si è complicata e alla fine mio nonno ci ha lasciati il 21 febbraio, un paio di settimane fa. Come capita in queste occasioni ci si interroga sul senso della vita e ci si chiede cosa rimanga dopo la morte di una persona. A livello strettamente materiale, per quanto riguarda mio nonno, non c'è stato nemmeno bisogno di dividere un'eredità, visto che aveva dato tutto quello che possedeva già da diversi anni ai figli. Non voglio sembrare venale, ma questo punto è significativo della sua persona. In effetti lui aveva già dato tutto.
Di mio nonno mi rimane infatti proprio questo, la sua generosità.
Il ricordo di un uomo che mi ha dato sempre, con quel suo modo semplice ma deciso, questo modo di fare e di essere che ha confermato fino all'ultima volta che siamo stati insieme: in un bar di periferia, in una città dal volto sconosciuto, anche in uno dei momenti più penosi della sua vita.

giovedì 5 dicembre 2013

Voglio essere invulnerabile, ma dove sei Seneca?


Seneca, ne «La fermezza del saggio » a un certo punto, prima di cominciare la propria dissertazione, sostiene qualcosa di interessante a proposito dell’invulnerabilità, dice che questa non si ha quando non si viene colpiti, ma quando piuttosto non si è « lesi » dal colpo. In sostanza il saggio non può in fondo evitare di essere colpito e non può impedire a qualcun altro di colpirlo, quello che può fare, e che riguarda la sua persona e il suo potere, è di non essere « leso ». Discorso, che poi analizza rispetto a due aspetti, uno quello relativo alla contumelia, ovvero lo schernire più o meno velato dallo scherzo;  e in secondo luogo l’offesa vera e propria, diretta. In questi due ambiti Seneca indica come il saggio riesce a non essere leso nella propria persona. Questi considera chi lo offende alla stregua di un malato che se la prende con il dottore, o di un bambino o un ragazzo che parla senza senno. Non solo li sopporta, non li considera proprio. Penso di aver ben afferrato il discorso.

Venerdì scorso ero nella classe di supplenza (permanence), c’erano una grossa fetta del gruppo dei turbolenti della scuola. Ragazzi che vengono chiamati una volta si e quell’altra pure a rapporto dalla responsabile per problemi di indisciplina o di mancanza di rispetto delle regole. Questa volta quasi tutti insieme allegramente, di fronte a me e alla mia collega colombiana. Abbiamo provato a interloquire gentilmente come sempre, niente. A domandare di parlare a bassa voce, di non alzarsi a piacimento, niente. Qualche sguardo vagamente interrogativo e di sfida nei nostri confronti mentre alcuni si malmenavano e altri ridevano di gusto. L’ultimo che arriva in classe, in ritardo, ci bofonchia qualcosa di spalle senza nemmeno guardarci. Bene, mi dico, molto bene. I ragazzi la mettono sul chi è più forte e più duro, ahi ahi ragazzacci!! Ovviamente la mia collega si è fatta prendere la mano….sentendosi mancata di rispetto è entrata nella confrontazione diretta con il gruppetto. Con chi in quel momento faceva più il bulletto. Sono quasi finiti muso contro muso, con lei che gridava « non mi mettere le mani addosso »! brutta storia, io stavo li seduto vicino a cercare di capire che tattica adottare. Vuoto nel cervello in quel momento, lo ammetto. Nessun appiglio aveva funzionato, e di solito, modestamente, devo dire che i miei appigli funzionano. Morale della storia uno dei sette si è preso una bella lavata di testa dalla responsabile e un’ora di « retenue » in serata, in punizione, pagando anche per tutti gli altri. Noi due « pions » abbiamo terminato la nostra ora di « supplenza », emozionalmente scossi. Lei sicuramente più di me, visto che ha anche reagito. In fondo senti che il colpo arriva.

Il fatto è che, come dicevo a una mia altra collega, a questi delle punizioni non gliene può importare di meno. Il ricorso alle punizioni funzione all’interno di un sistema, in questo caso quello dell’educazione scolastica. Una volta che ci si pone fuori, che uno non lo accetta, ecco che anche la punizione, come metodo ultimo di ricondurre all’ordine all’interno del sistema, è ovviamente inefficace. Loro sono fuori, se la ridono del sistema scolastico (e forse a ragione, ma ne parleremo in un altro momento) e se ne sbattono se tu gli dai una punizione. La questione è più complessa di quello che possa sembrare un primo confronto con il mondo adolescenziale. Il problema è la scuola? il problema è la società? I genitori? Come dipanare il problema? 

Io inizierei forse da Seneca, via a ripassare…e per la prossima missione in prima linea: « scollegare l’azione dalla reazione emozionale. No alle lesioni. No al panico. »

sabato 30 novembre 2013

Di che morte bisogna morire


Ogni giorno ci sarebbe da scrivere un articolo su quello che succede in questa scuola. Ma prima bisogna che dica dove e come effettivamente ci sono capitato. Insomma di che morte devo morire. Che razza di bidello sono in effetti? Chi sono gli altri con cui faccio squadra? Perché io sono qui? Che ci sto a fare?

Facciamo quindi un piccolo passo indietro prima. Quest’anno la città di Parigi ha adottato per prima in Francia il nuovo « ritmo scolastico »; in maniera sperimentale la capitale si è lanciata nell’adozione della riforma scolastica che toccherà tutto il paese da settembre 2014. Per chi non lo sapesse in Francia i ritmi sono abbastanza diversi da quelli italiani. Si va a scuola il lunedì e il martedì, poi mercoledì riposo, quindi giovedì e venerdì, fine settimana libero; naturalmente mattina e pomeriggio. Normalmente i genitori di bambini in bassa età di scolarizzazione piazzavano i figli al centro ricreativo (sempre nella stessa scuola ma gestito da altro personale e animatori) il mercoledì; insomma week end sacro e il resto della settimana ci si vede la sera, tutti al proprio « lavoro », bambini e grandi. Questo in generale il sistema francese. 

Ora per varie ragioni si è pensato di alleggerire i giorni di scuola dei ragazzi inserendo una mezza giornata il mercoledì mattina e diminuendo il peso del martedì e del giovedì pomeriggio dove si esce un’oretta prima.  Apriti cielo. Risultato: tutti scontenti, genitori, bambini, e insegnanti sopratutto (che già stanno facendo varie giornate di sciopero contro lo stesso governo di sinistra che avevano quasi massicciamente sostenuto lo scorso anno). A dire la verità a noi va abbastanza bene cosi’, ma non è questo il punto. I genitori hanno bisogno insomma che i figli stiano a scuola tutti i giorni almeno fino alle 16 e 30 se non fino alle 17h30/18. Tocchiamo infatti un punto importante del sistema francese, come dicevo genitori e figli stanno insieme a malapena il sabato e la domenica; il resto è lo stato che se ne devo occupare. In generale si ha l’impressione che l’educazione sia (quasi totalmente) delegata allo stato. Come diceva una mia collega di lavoro italiana, « qui i figli non sono tuoi, suono dello stato ». 
Opinioni o semplici impressioni, ma tant’é che questa riforma disturba fortemente questo “sistema“ e il Comune di Parigi si è ritrovato ad assumere in una forma o in un altra del personale per offrire qualcosa in più e quindi riempire la giornata degli studenti. In un certo senso eccomi qua.


Insieme ad altri due colleghi entrati insieme a me, la collega di cui sopra, anche lei di origine italiana e diplomata e “dottorata“ in storia del teatro; quindi un’altra ragazza di origini colombiane anche lei appena uscita da un master di gestione culturale, tutti abbondantemente sopra i 30 naturalmente. Eccoci qua, mi sono detto, i figli della formazione culturale, bene, bene…. Squadra completata poi da altri 4 studenti di fine anno universitario (dai 22 ai 28 anni) che stanno terminando la loro tesi di master 2 e a cui quindi conviene lavorare part-time. Insieme dobbiamo fare fronte a un 400 allievi di college (quindi ragazzi tra i 10 e i 14 anni), sotto la supervisione della responsabile dell’ufficio che si occupa di tutta la parte organizzativa della vita scolastica. Ma che razza di bidelli siamo mi domando io? Mi spiegano che qui in Francia quelli come me sono piuttosto dei ‘pion’, una via di mezzo tra quello che conosco io come bidello, un insegnante di recupero, e un sorvegliante-poliziotto con poteri di punizioni etc... andiamo bene....
 Mi hanno fregato pure questa volta. Ci hanno fregato, mi dico dopo il primo giorno.